
Il Barone Pietro Lalia Morra
Per la nascita di suo figlio, Alessandro si recò a Palermo nel gennaio del 1903 con la moglie Maria Laura. Il 29 gennaio nacque Pietro cui fu dato lo stesso nome del nonno paterno, che era nato nel 1828 e che nella stessa città aveva esercitato la professione di medico. Alessandro volle che suo figlio fosse siciliano anche all’anagrafe: un Lalia Paternostro doveva risultare siciliano anche all’anagrafe in conformità a quanto era avvenuto per secoli. Alessandro apparteneva ad una antica famiglia siciliana come risulta documentato da atti conservati nell’archivio di famiglia. In una pergamena del 1518 vengono conferiti privilegi al Barone Pietro Lalia, Barone della Rocca, altrettanto, in una del 1529 v’è menzione del Marchese Annibale Lalia.
Il matrimonio dei genitori fu celebrato a Lecce nel 1902, dove Alessandro in quel periodo aveva impegni di studio ed aveva tenuto conferenze letterarie. L’evento venne ricordato da Edoardo Pedio “Canto d’Amore del Popolo Leccese per il matrimonio del Barone Alessandro Lalia Paternostro con Maria Laura Morra Marchesa di San Massimo” pubblicato a Napoli per le ed. Melfi e Ioele. Negli anni dell’infanzia e della fanciullezza la famiglia abitava al corso Vittorio Emanuele n° 432, come è annotato sul retro della foto che ritrae Pietro bambino di quattro o cinque anni davanti al mobile cassettiera in ebano.
In quegli anni il padre, pur giovanissimo, fu stimato giornalista presso il “Corriere di Napoli” “Don Marzio”, “La Critica” ed il “Giornale dell’Arte”. Negli anni napoletani ebbe modo di ambientarsi e conoscere artisti e letterati, tenne conferenze presso il circolo filologico presieduto da Enrico Pessina ed a Roma presso il Circolo dei Giornalisti. Nella Capitale fu nominato caporedattore del quotidiano fondato dal senatore F.Arbid “La Capitale”. Di nuovo a Napoli pubblicò “L’evoluzione della democrazia”, “Per la bellezza” uno studio su “La morale sociale” e “Studi drammatici”. Proprio nell’anno della nascita di Pietro pubblica uno studio “La Donna e la Democrazia” e “Critica del sistema filosofico di Bovio”. Intanto Pietro veniva accudito con affetto ed amorevole cura dai genitori che vivevano giorni sereni ed insieme intensi per l’attività frenetica di Alessandro, supportata in tutti i modi e con entusiasmo dalla moglie Maria Laura.
I successi artistici e letterari di Alessandro, come documentato dalle tante lettere di congratulazioni e complimenti, tra le quali quella di Salvatore Di Giacomo, di Roberto Bracco, di Grazia Deledda che in casa si conservano, condizionarono gli anni della famiglia che furono certamente piacevoli. Andò in scena, con la compagnia di Amedeo Chiantoni, attore molto noto di teatro e di cinema, il dramma in quattro atti “I Tormentati”, che riscosse unanimi consensi ed il romanzo “I Fiori della Morte”. Il dramma fu rappresentato in varie repliche anche a Roma dalla medesima compagnia.
Durante la prima infanzia di Pietro la famiglia, nei mesi estivi, soggiornava a Cantalupo. Dell’antico castello erano sopravvissuti solo alcuni vani un tempo utilizzati dalla servitù, nonché quelli delle scuderie e della rimessa della carrozza, che anni prima erano stati restaurati probabilmente dal nonno Domenico Morra marchese di San Massimo per essere utilizzati come residenza di villeggiatura in estate.
Di quel periodo resta il ricordo dalla foto scattata nel giardino antistante la casa che ritrae Alessandro in maniche di camicia che, dopo aver sistemato piante e fiori nelle vicine aiuole, è seduto su di un mozzo di tronco e si appoggia ad una zappa mentre Maria Laura compiaciuta, con fare dolce ed amorevole, gli porge sorridente la giacca. Sembra che dica “adesso smetti di lavorare e ritorniamo in casa”. Nei giorni nei quali Pietro compiva i tre anni, il padre intensificava l’attività di giornalista collaborando per molte importanti pubblicazioni tra le quali: Natura ed Arte di Milano e La Scena Illustrata di Firenze e La Rivista Teatrale di Napoli. Sul giornale “Don Marzio” usciva quotidianamente un suo articolo nella rubrica “Giorno per Giorno”. Furono gli anni nei quali Alessandro si recò più volte in Grecia dove veniva invitato a tenere conferenze al Parnassos di Atene riscuotendo ogni volta calorosi consensi.
L’asilo e le prime classi elementari Pietro le frequentò presso un istituto di suore poco lontano da casa, ed attraverso la presenza e la guida giornaliera ed attenta della mamma furono meno avvertite le frequenti assenze del padre.

L’ammirazione e la stima che seppe conquistarsi Alessandro, in quei giorni, furono tali che il Re di Grecia S.M. Giorgio gli conferì l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine del SS: Salvatore su proposta.
Pietro a tre anni con la mamma Maria Laura del Ministro degli Esteri M. Alexander Skouse. L’anno successivo ebbe, dallo stesso governo, l’incarico di recarsi in Macedonia per elaborare uno studio sulle condizioni sociali ed economiche di quella regione. Dopo il lungo periodo trascorso in quelle località scrisse il libro “Nel Sogno” nel quale rappresenta sotto ogni profilo, umano, turistico e geopolitico, la vita nella nazione ellenica. Il volume, mandato all’Esposizione Internazionale del libro di Parigi, organizzata sotto l’alto patronato del Min. della Pub. Istruzione e dei Beni Culturali, ottenne la medaglia d’oro.
Negli anni che seguirono Pietro ebbe vicino entrambi i genitori fin quando Alessandro diede inizio, intorno al 1910, alla collaborazione con giornali e riviste di Parigi dove già si era recato alcune volte, la prima per tenere una conferenza alla Sorbona nell’anfiteatro Michelet. Da allora la sua permanenza a Napoli divenne sempre più rara e per brevi periodi. Dai suoi dieci anni Pietro vide suo padre soltanto in poche circostanze ed ogni volta per pochi giorni. Alessandro nelle sue lettere attribuiva le sue assenze all’impegno che le molteplici attività richiedevano. Una delle ultime permanenze a Napoli avvenne nel 1912 dopo il successo ottenuto a Bordeaux al teatro “Femina” dalla sua commedia “La Plus Forte”.
Negli anni successivi, quelli delle classi medie e quindi delle superiori, Pietro fu un bravo e diligente studente, sempre vicino alla madre la quale, in tanti suoi “Pensieri”, poi raccolti in un volumetto, riporta nostalgie e ricordi del marito lontano e dolci espressioni di affetto rivolte al figlio: “avere un figlio bello e buono …attingere dal suo dolce sorriso la forza di vivere non è, forse, una grazia grande di Dio?”.
L’angoscia di Maria Laura, causata dal non avere vicino l’amato consorte e padre di Pietro, fu notevolmente acuita dalla circostanza che, avendo impegnate larga parte delle considerevoli sostanze provenienti dalla sua famiglia per agevolare le attività di Alessandro, fu costretta ad un tenore di vita che non era quello cui era abituata. Quel periodo è descritto da Pietro che ricorda la mamma costantemente presa dai lavori di casa ed anche di cucito e di ricamo per incrementare le entrate.
Nel 1921 si iscrisse alla facoltà di Economia e commercio. Negli anni universitari si dedicò con particolare interesse alle materie economiche tanto che, come spesso attraverso vari aneddoti raccontava, Pietro seppe conquistarsi la stima e la considerazione del Prof. Epicarmo Corbino, docente di Politica Commerciale del quale conservava un grato ricordo. Furono quelli i giorni nei quali assecondò il desiderio della madre che, alla stregua di quanto era avvenuto ad opera dei cugini, volle portare in dote al figlio il proprio cognome, antica patrizia famiglia dei Morra, che, per Pietro, divenne LALIA MORRA.
Nel 1923 fu chiamato ad assolvere agli obblighi di leva e lo fece partecipando al corso allievi ufficiali di artiglieria a Bracciano. Un anno dopo fu congedato col grado di sottotenente.
Nel 1927 le esigenze familiari lo indussero ad impiegarsi presso la Cassa Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, che nel 1935 divenne INAIL.
Gli anni sopra citati furono estremamente determinanti per le sorti di quelli avvenire. Nel luglio del 1900 si ebbe la prematura morte, a soli venti anni, di Camillo, figlio di Goffredo Principe di Morra e pochi anni dopo, nel settembre del 1909, quella dello stesso Principe. Questi eventi indussero la figlia Laura, sposata Biondi, venuto a mancare un discendente, a chiedere ed ottenere l’assenso affinché “maritali nomine” con D.M. del 1917 il consorte fosse ad personam investito del titolo di Principe di Morra e di Duca di Mancusi. Il 12 dicembre 1911 mori il nonno di Pietro, Domenico – fratello del defunto Goffredo – il quale pure nel dicembre del 1909 aveva sofferto della perdita del figlio Enrico, con la conseguenza dell’esclusione dalla successione del ramo secondogenito. Nei due anni che separano le morti dei due fratelli, Don Domenico Morra, Marchese di San Massimo, non diede avvio ad alcuna iniziativa rivendicativa in suo ed in favore della figlia Maria Laura, emulativa della strada percorsa dai parenti. Successivamente l’assenza dalla famiglia di Alessandro (sempre lontano e distratto dai suoi interessi artistici e letterari) contribuì a che non fossero considerate e che non fossero attivate iniziative volte a tutelare le aspettative del figlio di Maria Laura per il quale pur le norme transitorie dell’art. 4 del D.R. 1489/26 avrebbero consentito, attraverso la “refuta” il consolidamento del titolo di Marchese di San Massimo in incontrastato uso da parte di Domenico.
L’iter, se ci fosse stato il consenso, avrebbe comportato l’assunzione del titolo da parte di Pietro. L’art.4 del R.D. 16.8.1926 n. 1489 G.U.7.7.1926 aveva disposto, in via transitoria, la possibilità di chiedere l’attribuzione del titolo in godimento, previo assenso regio documentando che fosse di fatto in uso. Nell’atto di nascita di Maria Laura il padre Domenico (atto originale in foto) viene identificato quale Domenico Morra Marchese di San Massimo.
Negli anni successivi Pietro rinnovò la richiesta ad Alberto col quale aveva un frequente rapporto: ”la famiglia non può privarsi di un rilevante titolo” fu la risposta. In occasione di una delle visite a Morra alla zia Laura, Pietro che accompagnava la madre, conobbe Amalia de Paula, che spesso frequentava il Castello. Amalia vi si recava per dare compagnia e cristiano conforto alla zia Laura malata (sorella di suo padre Alfonso).

Amalia e Pietro si piacquero subito e, poiché la famiglia de Paula in quegli anni abitava a Posillipo, al rientro a Napoli, si dettero appuntamento al Caffè di piazza San Luigi, che per i primi tempi fu il loro punto d’incontro. Il fidanzamento fu alquanto breve. Si sposarono il 6 giugno 1933 nella Chiesa di Piazza San Luigi e la festa nuziale fu organizzata in casa di Amalia sulla terrazza panoramica sul mare con vista sui grossi scogli di San Pietro e Paolo. Per la circostanza fu a Napoli Alessandro portando gioia e soddisfazione in Pietro, ma fonte di nuova delusione in Maria Laura poiché si trattenne soltanto per qualche settimana, motivando la partenza ai consueti improrogabili impegni di lavoro ed artistici. Dopo il viaggio di nozze, con classica permanenza a Venezia, gli sposi, rientrati a Napoli, andarono ad abitare al Parco Margherita, dove Pietro aveva già preso in fitto un appartamento.
La nascita di Maria Laura il 27 aprile 1935 portò fervore ed allegria in famiglia: la nonna riprese a suonare l’arpa ed a dipingere, mentre Pietro comprò una Zeis a soffietto con la quale dette inizio alla sua passione per la fotografia. In quel tempo, nel quale la nonna godeva della presenza della nipotina appena arrivata collaborando con premura alle necessità della piccolina, purtroppo era già in lei il male che presto l’avrebbe portata via. Morì infatti il 22 gennaio del 1936 a soltanto 58 anni. La fede religiosa ed il carattere di uomo forte e l’affetto della sua Amalia aiutarono Pietro a superare la difficile fase. Dopo circa quattro anni, il 10 aprile 1939, arrivò Alessandro e dopo poco più di quindici mesi Massimo, il 25 luglio del 1940. L’Italia era entrata in guerra il 10 giugno 1940. Pietro fu richiamato alle armi nel 1942 ed assegnato al comando della batteria costiera a Salerno collocata sul Mazzo della Signora, una delle alture alle spalle della Città, il colle oggi separa il centro dai nuovi quartieri orientali. Un luogo strategico dal quale si controlla tutto il golfo i monti Lattari, la costiera amalfitana, e dall’altro versante il Cilento, fino a Punta Licosa. All’inizio della guerra fu dotato di bunker e torrette. Tutta la zona del monte Bellara col forte “la carnale” fu ulteriormente fortificato. Nel 1943, quando la situazione bellica divenne pericolosa Pietro fece prima trasferire la famiglia a Dragonea, una frazione di Vietri sul mare, in una bella villa con terrazza collocata in un vigneto, e dopo qualche mese a Giovi in una casetta di campagna più vicina. Alla notizia dell’imminente sbarco degli angloamericani in Sicilia organizzò il trasferimento della famiglia a Morra con la quale restò in contatto epistolare e sporadicamente attraverso qualche corriere. Già dalla notte tra il 21/22 luglio 1943, come è accoratamente descritto nella lettera (arch. di fam.) che Amalia scrisse a Pietro alla mezzanotte, ebbero inizio le incursioni aeree sulla batteria. Amalia quelle ore di angoscia le visse alla finestra dei balconi della casa di Morra dai quali poteva vedere i bagliori prodotti dallo scoppio delle tante bombe sganciate dalle incursioni aeree. “Pietro mio, amore mio bello, proprio in questo momento è finito il fuoco dei bombardamenti nella direzione di Salerno e non so dirti lo spavento e la trepidazione che ho avuto per te. Altavilla (probabilmente il corriere) ti potrà dire meglio come si vede da qui. Tesoro mio bello Che il Signore ti abbia aiutato. Ho, pregato intensamente per tutto il tempo. La povera Maria Laura si spaventa troppo e trema tutta. Oggi verso le cinque è passato un apparecchio nella direzione delle nostre finestre… pareva che andasse ad urtare contro il fumaiolo…”. L’8 settembre 1943 cominciò il cannoneggiamento dal mare del golfo di Salerno sulla batteria che si intensificò durante la notte. Le postazioni furono colpite. Si ebbero alcuni caduti e molti feriti, tra questi Pietro fu ferito all’addome e trasportato all’ospedale di Nocera. Di quei terribili momenti vissuti fece in seguito fugaci riferimenti, un modo per allontanarli dalla memoria. Dopo alcune settimane di degenza fu dimesso per la convalescenza e raggiunse la famiglia a Morra.
Nell’autunno del 1944 si recò a Napoli per accertarsi che a casa fosse tutto in ordine, quindi fece ritorno a Morra. Soltanto qualche mese dopo il palazzo fu colpito da una bomba lanciata durante uno dei tanti attacchi aerei americani.
Crollò la torretta del lato sud. Fortunatamente gli abitanti erano tutti rifugiati nelle vicine sottostanti grotte, dove negli anni successivi fu costruito i grande cinema Metropolitan. Qualche mese dopo, quando Pietro in una delle sue visite di controllo tornò a Napoli, trovò l’appartamento requisito ed occupato dagli ufficiali americani i quali lo usarono soltanto per dormirci …e v’è da dire che non fecero alcun danno lasciandolo in perfetto ordine. Nei mesi successivi lo zio Alberto Morra ed il figlio Rogero, che erano rimasti senza casa, chiesero ospitalità e vi abitarono per circa un anno, fino al rientro della famiglia, che si ebbe quando la situazione si fece tranquilla, nonostante la presenza in città delle truppe angloamericane. Quando nel 1946 fu indetto il referendum, il Nord Italia preferì l’istituzione repubblicana, al contrario di quanto avvenne al sud dove prevalse fortemente l’istituto monarchico: sulle prime si dette notizia della conferma della monarchia, poi come ampiamente riferito da giornalisti e storici attraverso brogli e pasticci nella gestione dell’evento, si parla di valigie di voti pervenute in nottata, cambiò il risultato a vantaggio della repubblica. Pietro, molto contrariato, inviò una lunga lettera a S.M. Umberto tramite il Ministro della Real Casa Falcone Lucifero con la quale rappresentò la sua delusione e vicinanza. Con il Re Umberto, che aveva conosciuto in occasione di una sua visita di ricognizione alla batteria di Salerno, la corrispondenza continuò per molti anni. Nel 1951 ricevette una foto del Re con dedica. Negli anni successivi continuarono ad arrivare lettere da Villa Italia in Cascais.
Fino al 1950 il suo ufficio fu nella bella palazzina al Corso V. Emanuele angolo via Tasso per poi essere trasferito in via De Gasperi. Dal marzo 1957 al luglio del 1958 ebbe un incarico presso la sede di Roma in via XX settembre dove si recava per tre o quattro giorni alla settimana per partecipare alla realizzazione del centro di statistica. In quegli anni gli fu proposta la direzione della sede di Mogadiscio. La Somalia allora era sotto il protettorato italiano. Non se la sentì di lasciare la famiglia né di sottoporla al disagio del trasferimento ed alle difficoltà che avrebbero incontrato i figli nelle scuole. Al definitivo rientro gli fu confermata la direzione dell’Ufficio Rendite che conservò fini al pensionamento nel 1965. I riconoscimenti avuti per il suo lavoro, la relative gratifiche e premi in denaro accordatigli consentirono alla famiglia di vivere in serenità. La medaglia d’oro e la pergamena di encomio ricevuti al pensionamento ne sono testimonianza. La libertà dagli impegni di lavoro gli consentì di dedicarsi a quanto amava, innanzitutto alla lettura: preferiva i libri di storia che letteralmente divorava con l’accompagnamento della musica classica e sinfonica della sua collezione di dischi dei quali aveva particolare cura. L’alternava fu la pittura. Per qualche anno dipinse ad olio per lo più scorci di paesaggi, poi si dedicò all’esame e ad una prima catalogazione dei tanti documenti antichi che costituiscono il corposo archivio antico di famiglia. Privilegi, assensi e contratti tutti in pergamena datati dal 1420 in poi, in gran parte provenienti dalla famiglia Morra ed attinenti ai de Castella e massimamente de Gennaro, nei Morra estinte, dai quali ultimi, derivano i titoli di Principe di San Martino, Duca di Cantalupo, Marchese di San Massimo (titolo, sempre usato da Domenico e sua madre e come detto denegatogli). In quegli anni trovò evasione e piacere dipingendo su tela che appoggiava sul piano della biblioteca. I soggetti dei suoi lavori avevano come riferimento castelli e ambienti che furono della famiglia: il giardino del castello di Cantalupo, le mura di cinta, in parte dirute, del castello di San Massimo, quelle del castello di Sanseverino, il castello di Favale col balconcino della camera, che si tramanda, sia stata abitata da Isabella Morra.
Con Amalia fece qualche viaggio per l’Italia ma, il più delle volte, si recò nelle città sedi di servizio del figlio Massimo, dirigente di grandi alberghi e complessi turistici che spingeva per ospitarli ed averli con sé.
Con la nascita delle nipoti fu spesso, da Maria Laura, a Roma, città dove il genero ha lavorato. D’estate su pressione di Massimo nelle località di villeggiatura con la sua famiglia. Con l’andare degli anni, spesso ospiti della nuora Francesca nelle sue proprietà sulla Costiera Amalfitana. Fino all’estate 1981, benché i suoi problemi di salute cominciassero a farsi sentire, i mesi di luglio ed agosto li trascorse a Morra con Amalia e nipoti. Il rientro a Napoli era avvenuto ai primi di ottobre, quando il 23 novembre 1981 il forte terremoto che colpì l’Irpinia gli fece subito temere per la bella palazzina, cui tanto impegno, anche finanziario, aveva profuso per ammodernarla ed adeguarla al contesto in pietra viva del Castello e degli spalti vicini. Il paese subì la distruzione totale degli edifici nel centro storico che in un minuto e 25 secondi fu ridotto in un cumulo di macerie. Gli sciacalli nei giorni immediatamente successivi, nei quali mancarono del tutto vigilanza e controlli, fecero man bassa di quanto di valore potesse essere portato via. Della casa, dalla piccola parte rimasta in piedi qualche mobile ma principalmente furono trafugati i portali in pietra di trani che davano su via Chiesa, i blocchi di pietra bianca che rifinivano sull’esterno il pavimento della terrazza ed i portoni e tutte le artistiche ringhiere in ferro battuto dei balconi e della terrazza.
Ne soffrì molto. Passava molte ore nel suo studio ove erano alle pareti, uno a fianco dell’altro, il pastello raffigurante sua madre e quello di suo padre con i quali con la mente si intratteneva. Nella notte tra il 10 e l’11 di gennaio del 1983 al rientro verso Pugnochiuso, quale dirigente di un grande complesso alberghiero turistico, Massimo fu violentemente strappato alla vita da un atroce incidente d’auto. Le famiglie ne furono sconvolte. La vita di Pietro, da allora ne fu fortemente compromessa. Si chiuse in sé, in uno stato di perenne sofferenza e di abbandono.
La malattia che già da anni lo affliggeva ed il luttuoso tragico evento della scomparsa dell’adorato Massimo, nonostante l’amorevole cura della famiglia e non fosse molto anziano, indebolirono ulteriormente il suo fisico in modo che un’accidentale caduta lo costrinse a letto per alcuni mesi. Ebbe una serena acquiescenza alla sua condizione e solo con lo sguardo chiese comprensione e sollievo. Si spense la sera del 17 ottobre del 1984.
Il Barone Pietro Lalia Morra, fu un uomo di grandi virtù, un uomo che è giusto definire eroico. Un uomo forte, forte per la tenacia e la capacità di affrontare le avversità e le difficoltà, che numerose, è riuscito a superare con fiducia, serenità e coraggio. Un uomo di fede da autentico cristiano, di fede verso la famiglia, di fede verso i principi ed i valori più alti della vita. Un uomo buono dai modi eleganti e gentili da vero signore. La fede religiosa ha guidato tutta la sua vita. Pregava spesso e nella fede trovava conforto e sostegno che rendeva il suo modo di essere sempre cortese e disponibile. Visse una vita di lavoro dedita alla famiglia, di studio e lettura dei tanti libri della sua ampia biblioteca. Non ostentò mai, pur consapevole di discendere da famiglie plurisecolari, la sua origine della quale nutrì solo un forte orgoglio interiore. Orgoglio che con dolce e tenace continuità volle trasmettere ai figli affinché ne fossero consapevoli e custodi: la famiglia Lalia Morra è iscritta nel ‘Libro d’Oro della nobiltà italiana’. L’assenza del padre, l’improvvisa tragica perdita del figlio e l’ingiusta esclusione, lesiva delle sue aspettative riguardo al titolo, come già scritto, goduto da suo nonno Domenico e da sua madre, segnarono profondamente la sua vita.
Una vita vissuta in modo esemplare fatta di rigore ed impegno saggiamente uniti a tenerezza, generosità ed autentica nobiltà.
